STORIA - IL CONFINE PERDUTO
- Tommaso Villa
Oggi da Ceprano ad Arce bastano pochi minuti di automobile. Nella prima metà dell’Ottocento significava invece uscire da uno Stato ed entrare in un altro. Ceprano apparteneva allo Stato Pontificio. Arce era Terra di Lavoro, nel Regno delle Due Sicilie. Nel mezzo correva una frontiera internazionale con dogane, posti di guardia, controlli sulle merci e cippi di pietra. Quella frontiera attraversava il territorio che oggi appartiene alla stessa provincia di Frosinone. Ed è ancora possibile seguirne le tracce.
Per secoli il confine fra lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli era stato motivo di controversie. Terreni contesi, problemi fiscali, contrabbando, doppie imposizioni e difficoltà nello stabilire quale autorità avesse giurisdizione su uomini e proprietà. Il 26 settembre 1840, sotto papa Gregorio XVI e Ferdinando II di Borbone, venne finalmente sottoscritta una Convenzione destinata a definire con precisione la frontiera. La documentazione scientifica sui verbali di demarcazione considera proprio quell'accordo il punto conclusivo di oltre due secoli di controversie territoriali.
Negli anni successivi la linea fu materializzata sul terreno. Dove possibile si utilizzarono elementi naturali: montagne, corsi d'acqua, valloni e fossi. Dove la natura non bastava, arrivarono le pietre. Tra il 1846 e il 1847 furono collocate lungo la frontiera centinaia di colonnette in pietra. Erano veri e propri segnali di Stato. Sul lato rivolto verso il Regno delle Due Sicilie compariva il giglio borbonico; sul lato rivolto verso lo Stato Pontificio erano scolpite le chiavi di San Pietro. Sulla sommità una linea indicava la direzione del confine verso il cippo precedente e quello successivo. Le operazioni di demarcazione produssero 686 punti, anche se la numerazione arrivava a 649 perché alcuni termini aggiunti ricevettero una lettera accanto al numero. Erano l'equivalente ottocentesco del cartello che oggi incontriamo attraversando una frontiera nazionale. Da una parte comandava il Papa. Dall'altra il Re delle Due Sicilie. Arce da una parte, Ceprano dall'altra.
Nel nostro territorio uno dei punti più interessanti era proprio quello fra Arce e Ceprano. Arce rappresentava uno degli ultimi centri settentrionali della Terra di Lavoro borbonica. Ceprano era invece pontificia. Nella valle del Liri il fiume stesso costituiva per alcuni tratti la frontiera naturale. Ma tra Arce e Ceprano la linea compiva una deviazione rispetto al corso del Liri, formando un'ansa di circa cinque chilometri per ricongiungersi al fiume nella zona di Isoletta. Proprio in questo tratto vennero collocati 14 cippi, dal numero 138 al numero 150. Alcuni sono ancora presenti. E quindi quelle pietre che oggi possiamo incontrare in mezzo alla vegetazione o accanto a una strada non sono semplici testimonianze archeologiche. Segnavano il punto esatto in cui finiva uno Stato e ne cominciava un altro.
Una frontiera, naturalmente, significava anche controllare merci e persone. Nel territorio di Arce erano presenti due dogane borboniche di seconda classe, una a Isoletta e una a Collenoci. Quest'ultima venne successivamente trasferita a Borgo Murata, diventando dogana di prima classe. A Collenoci rimase un ufficio nel quale venivano effettuati i primi controlli sui carichi e presentate le dichiarazioni delle merci. C'erano inoltre un posto di guardia nei pressi dell'attuale cimitero di Arce e un posto di vigilanza a Campostefano. La ragione era semplice: impedire il contrabbando. Le merci provenienti dallo Stato Pontificio non potevano entrare liberamente nel Regno. Dovevano seguire percorsi prestabiliti, essere dichiarate e, quando previsto, pagare i relativi dazi. Chi attraversava la frontiera utilizzando strade differenti rischiava che il carico venisse considerato merce di contrabbando.
Oggi quella strada collega due comuni della stessa provincia. Allora collegava due economie, due amministrazioni fiscali e due sistemi politici differenti. Il confine non terminava naturalmente ad Arce. Da questa zona proseguiva attraverso l'attuale provincia passando fra le aree di Castelliri e Monte San Giovanni Campano, quindi saliva verso i Monti Ernici interessando i territori di Sora, Veroli, Alatri, Vico nel Lazio, Guarcino e Filettino, per poi continuare lungo l'Appennino. Verso sud-ovest attraversava invece le zone di Falvaterra, San Giovanni Incarico, Castro dei Volsci e Pastena prima di dirigersi verso il Tirreno. La frontiera completa collegava il Tirreno all'Adriatico.
Era quindi molto più di una divisione locale. Ma proprio nell'attuale territorio frusinate produceva una situazione che oggi appare quasi incredibile: paesi vicinissimi potevano appartenere a Stati differenti. A rendere la carta ancora più singolare c'era un'altra anomalia. Pontecorvo apparteneva allo Stato Pontificio ma era circondata da territori del Regno delle Due Sicilie. Era, in sostanza, un'isola pontificia nel territorio borbonico. Il Comune di Pontecorvo ricorda che la città si assoggettò allo Stato Pontificio nel 1463, mantenendo questa particolare condizione geografica per secoli. Il sistema archivistico del Ministero della Cultura conferma l'appartenenza alla Delegazione apostolica di Frosinone e il ritorno al dominio pontificio dopo la parentesi napoleonica, fino al 1860. Questo significa che la divisione dell'attuale provincia non era neppure una semplice linea nord-sud. Era una carta fatta di frontiere, enclavi e territori amministrativamente incastrati gli uni negli altri.
Ed ecco un altro particolare fondamentale. Con la proclamazione del Regno d'Italia nel 1861, quella frontiera non cessò immediatamente di esistere. Cambiò soltanto uno dei due Stati. Dalla parte di Arce non c'era più il Regno delle Due Sicilie, ma il Regno d'Italia. Dalla parte di Ceprano continuava invece ad esserci lo Stato Pontificio. Per altri nove anni quella stessa linea continuò quindi ad essere una frontiera internazionale: non più tra Papa e Borbone, ma tra Papa e Italia. È esattamente la situazione raccontata nelle prime due puntate della nostra storia.
Frosinone era ancora pontificia. E fra quei due mondi continuavano ad esserci un confine, dogane e posti di controllo. Con la caduta dello Stato Pontificio nel settembre 1870, quella linea cessò finalmente di essere un confine internazionale. Ma non scomparve completamente. Da una parte rimase la Provincia di Terra di Lavoro, alla quale appartenevano Arce, Sora e Isola del Liri. Dall'altra la Provincia di Roma, nella quale si trovavano Frosinone e buona parte degli ex territori pontifici. Il vecchio confine di Stato diventò così, in molti tratti, un confine amministrativo interno al Regno d'Italia. Bisognerà aspettare il 1927 perché gran parte di quei territori venga riunita nella nuova Provincia di Frosinone. Ma le pietre sono rimaste. E raccontano una storia che la carta geografica moderna ha quasi cancellato.
Alcuni dei cippi dell'antica frontiera sopravvivono ancora oggi. Ad Arce ne furono collocati quattordici nel tratto di confine con Ceprano e diversi sono tuttora individuabili; uno di essi, dopo essere stato danneggiato, fu anche ricollocato dal Comune. Forse dovremmo cominciare a considerarli per quello che realmente sono. Non semplici pietre. Sono documenti territoriali. Segnano fisicamente il punto in cui per secoli si incontrarono Roma e Napoli, lo Stato della Chiesa e il Regno del Sud. E spiegano, molto meglio di tante definizioni costruite successivamente, perché l'attuale provincia di Frosinone abbia ancora oggi al proprio interno storie, identità e tradizioni differenti. Prima di essere provincia, questa terra fu anche terra di confine.
La quarta puntata: “Dogane e contrabbando: come si viveva sul confine”