STELLANTIS - I NUOVI MODELLI SARANNO PRODOTTI IN AFRICA

  • Tommaso Villa

In questi giorni il gruppo Stellantis per il brand Fiat, oggi semplice label o poco più, ha annunciato i nuovi modelli per il 2026: grizzly – grizzly fastback – quattrolino – pandina – tris. Tutti modelli nuovi, su piattaforme nuove, con nuove motorizzazioni elettriche, ibride e termiche, frutto di una pianificazione attenta e di una consolidata programmazione pluriennale.

Tutti questi modelli saranno prodotti in Africa (Marocco – Algeria) Serbia e Brasile. Forse uno a Pomigliano D'Arco o Melfi, a Cassino nulla. E' ancora necessaria la presentazione del business plan per capire che Cassino non rientrava, non rientra e non rientrerà in nessuna strategia di sviluppo di Stellantis in Italia? E' chiaro o no che il destino di Cassino è segnato? E' evidente o no che Fiat non è più il perno centrale dell'automotive italiano?

E' chiaro che bisogna fare i conti con una multinazionale che non ha alcun legame storico con questo territorio e pertanto non ha remore nell'alienare ciò che per noi ancora oggi rappresenta l'eccellenza del settore metalmeccanico nostrano?

Ad ascoltare il governatore della regione Lazio, il ministro del made in Italy (termine non proprio sovranista) e qualcun altro, pare proprio di no. Intanto, lo stato italiano sborsa in media 1340,56 euro netti al mese (nell'ipotesi più rosea) per ogni operaio di Cassino, più di duemila, coinvolto nella fruizione degli ammortizzatori sociali: più o meno 2 milioni e 600 mila euro al mese che, se si consolida l'attuale trend, si traduranno in 20 milioni di euro da oggi al 31 dicembre. Senza pensare a quanto giù elargito da decenni anni a questa parte e che non hanno mai indotto la proprietà a reinvistere su un territorio che ha fatto grande la Fiat.

Intanto, oggi, Stellantis è libera di investire dove i costi e le tutele sociali sono nettamente inferiori, è libera di investire dove ottiene agevolazioni fiscali, previdenziali e di costo di produzione tali da ottenere utili miliardari. Al cospetto di questi numeri qualcuno al Mimit, in Regione e qualcuna a Palazzo Chigi riuscirà a fare mea culpa per il palese e pericoloso fallimento politico o dobbiamo sospettare che questa situazione sia di comodo per turpi e meschini do ut des elettorali? Quando le cose non vanno, serve un cambio di passo, non proclami e annunci.

Lo stato italiano deve rivendicare e tutelare il diritto al lavoro che, nel caso di Cassino, ha ampiamente finanziato e questo governo avrebbe dovuto farlo subito con autorità, perchè l'automotive è un settore strategico di interesse nazionale. Se non ci sono privati interessati, eserciti direttamente il diritto di tutela e torni, lo stato italiano, a produrre auto a Cassino. L'Italia non deve essere ostaggio né degli arzigogolati schematismi europei, né di laide multinazionali. Si salvaguardi subito il lavoro e la dignità dei nostri operai oggi messi alla berlina dal governo e da Stellantis.

La storia e tutto il patrimonio che Cassino rappresenta, compresa l'induscitible professionalità degli operai Fiat, non possono essere buttati in pattumeria e non devono essere oggetto di scambio. Basta con la storia che a Cassino non si può produrre perchè energeticamente non genera utili. Si operi affinchè lo stabilimento, a prescindere, torni a costruire automobili italiane. E' ora che la politica delle poltrone si assuma le proprie gravissime responsabilità.

Nessuno si è mai posto il problema su come rendere autonomo energeticamente questo territorio. Nessuno ha pensato che la valle del Sacco ha pontenzialità tali da poter diventare un hub energetico a bassissimo impatto ambientale. L'ipocrisia, il bieco opportunismo e l'ignoranza sono il corollario di un cogente modus operandi involuto e tipico del periodo pre industriale: nessuna visione di insieme, nessuna programmazione infrastrutturale, nessuna tutela ambientale e sociale.

Oggi paghiamo drammaticamento lo scotto di questa gestione scelerata che ha pregiudicato gli equilibri socio economici di tutto il basso Lazio, pontino compreso. La desertificazione industriale in corso è irriversibile perchè è mancata la cultura della programmazione, dell'investire per radicare su questo territorio una ossatura industriale capace di resistere alla volatilità dei mercati e alla concorrenza di antagonisti emergenti, sud est asiatico e ora Nord Africa che offrono costi e risorse inversamente proporzionali ai nostri deficit.

Se si fosse investito tempistivamente in ricerca energetica, oggi la Valle del Sacco avrebbe potuto avere una centrale termodinamica a concentrazione che avrebbe consentito alle industrie locali di godere di risorse energetiche a costo zero e a impatto ambientale nullo. Sarebbe stato un vettore iniziale che avrebbe fatto fare il salto di qualità e garantito la tenuta sociale ed economica. Avrebbe pototuto generare ricerca e aprire nuove prospettive eco sostenibili come quelle che da qualche decennio promuove lo stimatissimo fisico ferentinate Francesco Celani le cui ricerche sui semiconduttori sono in fase sperimentale e promettono risultati interessanti. Però, progresso, ricerca ed innovazione non fanno parte della forma mentis delle precedenti classi politiche italiane e men che meno dell'attuale tutta presa all'assegnazione di poltrone e seggiolini di enti inutili, costosi ed obsoleti.

E' una sgradita abitudine politica che va bandita; i vari ASP – Consorzi di Bonifica – Società gestione rifiuti – Ato – Egato e via dicendo sono strutture inadeguate – anacronistiche a cui sono state assegnate, farroginosamente, deleghe la cui gestione non migliora ne lo stato sociale ne l'economia dei territori. Rappresentano una costosa frammentazione non necessaria di competenze che possono essere avocate da Comuni e Province previa riforma degli enti locali oggi più che mai necessaria.

La sfida immediata è quella di stabilizzare la crisi, di fermare l'emorragia, di individuare forme di partnerario pubblico/privato che consentano una ripresa dei settori fondamentali per la nostra economia, a partire dal metalmeccanico e del chimico che rischia di saltare.

Se in provincia di Frosinone salta la Henkel si apre un effetto domino che difficilmente si arresterà e i segnali funesti ci sono tutti. Prima che scappino i buoi, invito il nuovo assessore al lavoro della Regione Lazio che spero si sia calato con serietà nelle problematiche cogenti a censire queste realtà in crisi, a dialogare con gli enti di prossimità, comuni e province, al fine di prevenire smobilitazioni e dismissioni. Stendo il consueto velo pietoso sul consorzio industriale, impalpabile, sterile, avulso, cui prodest?

Comunque, noi socialisti siamo sempre aperti al dialogo non siamo per le barricate ma se necessario le alzeremo con tutti gli operai in loro difesa e in difesa di questo territorio

Lorenzo Fiorini Psi