ECONOMIA - STELLANTIS,INFRASTRUTTURE E I CINESI
- Tommaso Villa
Tutti gli occhi sono puntati sul 21 maggio. È la data attesa da lavoratori, sindacati, politica e intero territorio per capire quale sarà il futuro di Stellantis e soprattutto di Cassino Plant. Nuovi modelli, volumi produttivi, prospettive occupazionali, strategie industriali: da settimane il basso Lazio vive sospeso aspettando risposte.
Ed è proprio qui che nasce il paradosso. Perché osservando il dibattito di queste settimane viene quasi da sorridere amaramente: tutti chiedono risposte, ma soluzioni vere ne propongono pochissimi. Forse nessuno. La politica convoca tavoli. i sindacati convocano assemblee. Le istituzioni convocano incontri.
A questo punto Cassino rischia di avere più tavoli che automobili prodotte. Eppure il problema è enorme. Perché qui non stiamo parlando di una fabbrica qualunque. Cassino Plant è stato uno degli impianti simbolo dell’automotive italiano moderno. Nato negli anni Settanta come grande polo FIAT, trasformato poi in hub premium del gruppo, scelto per produzioni tecnologicamente avanzate come Alfa Romeo Giulia e Alfa Romeo Stelvio, rappresenta ancora oggi uno degli stabilimenti più moderni e automatizzati del sistema industriale italiano.
Ed è forse proprio questo il punto più amaro della vicenda. Il territorio non rischia di perdere un reperto industriale del passato. Rischia di vedere indebolirsi una delle sue infrastrutture produttive più avanzate, senza che attorno ad essa sia mai nato un ecosistema logistico e strategico davvero competitivo. Perché oggi il problema non è soltanto costruire automobili.
Il problema è riuscire a far funzionare una piattaforma industriale europea nel 2026. E mentre qui continuiamo a ragionare ancora come ai tempi della vecchia FIAT — aspettando il “nuovo modello” come si aspettava il Messia industriale, il mercato globale dell’auto si muove ormai secondo altre logiche: piattaforme mondiali; supply chain globali; logistica integrata; guerra tecnologica; colossi cinesi; hub europei interconnessi.
Ed è qui che entra in scena il convitato di pietra: BYD. Perché mentre il territorio continua a chiedersi cosa farà Stellantis, il colosso cinese sembrerebbe guardare Cassino con un approccio molto più pragmatico: stabilimento moderno; competenze elevate; capacità produttiva inutilizzata; posizione strategica nel Mediterraneo.
In pratica: il mondo vede ancora valore in Cassino Plant. Siamo noi che sembriamo non aver ancora deciso cosa voglia diventare questo territorio. Perché il vero nodo non è soltanto dentro la fabbrica. Il vero nodo è tutto quello che c’è fuori dalla fabbrica. Cassino Plant è moderna. Ma basta uscire dai cancelli per ritrovarsi improvvisamente dentro una discussione vecchia di vent’anni: collegamenti merci insufficienti; dipendenza quasi totale dal trasporto su gomma; assenza di veri hub intermodali; infrastrutture logistiche deboli; collegamenti ferroviari mai realmente potenziati.
E allora ecco che torna la grande parola magica degli ultimi mesi: Zona Logistica Semplificata del Lazio. La ZLS esiste. Ma oltre la sigla, cosa c’è davvero? Perché una Zona Logistica Semplificata senza infrastrutture rischia di essere come comprare un’insegna luminosa senza costruire il negozio. Dove sono i grandi collegamenti ferroviari merci? una strategia logistica tra Roma e Napoli? l’integrazione forte con i porti? un hub moderno capace di sostenere una grande produzione europea?
E qui, a onor del vero, qualcosa bisogna riconoscerlo. un sindacato, lo stesso dell'AV Ferentino, è stato tra i pochi a provare almeno a spostare il dibattito oltre la semplice attesa delle decisioni Stellantis. Ha parlato di ZLS rafforzata, di infrastrutture, di competitività territoriale, della necessità di trasformare il basso Lazio in una piattaforma industriale attrattiva e non soltanto in un territorio che aspetta nuovi modelli.
Il problema è che attorno a quelle intuizioni non sembra ancora essersi costruita una vera strategia collettiva. Perché una sigla da sola non movimenta merci. Non collega porti. Non crea intermodalità. E soprattutto non convince una multinazionale a investire miliardi. Ed è qui che il dibattito locale mostra probabilmente il suo limite più grande. Tutti chiedono a Stellantis: “Cosa volete fare?”, ma quasi nessuno sembra chiedersi: “Noi, invece, cosa vogliamo diventare?”
Perché se il territorio continua semplicemente ad aspettare decisioni prese altrove, il rischio è enorme: trasformare Cassino Plant da simbolo dell’industria italiana moderna a gigantesco monumento delle occasioni mancate.
E forse è proprio questa la domanda che il 21 maggio dovrebbe lasciare sul tavolo: il problema è soltanto cosa farà Stellantis… oppure il fatto che il territorio non abbia ancora deciso cosa fare di sé stesso? La Ciociaria dopo la crisi industriale che l'ha travolta ha un progetto per il FUTURO? Insomma ci viene da chiedere "Cosa vogliamo fare da grandi?" .