L'INCHIESTA - LIBRI SCOLASTICI SEMPRE PIU' CARI E USATI CARTA STRACCIA

  • Tommaso Villa

Tra pochi giorni riapriranno le scuole e, come ogni anno, per migliaia di famiglie è già cominciata la corsa all’acquisto dei libri di testo. Nel Lazio il calendario regionale fissa l’inizio delle lezioni al 15 settembre, salvo gli eventuali anticipi decisi autonomamente dai singoli istituti.

Il rito, più o meno, è sempre lo stesso. Si prendono i libri utilizzati dai figli durante l’anno appena trascorso, si portano in libreria o si prova a venderli attraverso il mercato dell’usato. Con quanto si recupera si acquistano quelli necessari per l’anno successivo: una parte usati, quelli che si riescono a trovare, e una parte nuovi.

Una piccola economia circolare familiare che negli anni ha permesso a molte famiglie di contenere almeno in parte l’impatto della scuola sul bilancio di settembre. Quest’anno, però, da più parti ci viene segnalato lo stesso problema: alcuni dei libri riportati indietro non hanno più mercato perché non risultano più adottati, mentre per diversi testi richiesti per il nuovo anno scolastico non esiste ancora un vero mercato dell’usato perché è stata adottata una nuova edizione o un altro libro.

La beffa diventa così doppia. La famiglia che ha acquistato il libro l’anno precedente non riesce a rivenderlo e perde il valore residuo che pensava di recuperare. Quella che deve acquistare il testo per l’anno successivo non trova la copia usata e deve rivolgersi al nuovo.

E considerando che proprio Federconsumatori stima che l’acquisto dei testi scolastici usati permetta di risparmiare oltre il 29 per cento rispetto al nuovo, non si tratta di una questione marginale.

Ci è venuta allora voglia di capire se questa continua sostituzione dei libri fosse regolata dalla legge e se esistesse un limite alla possibilità di cambiare le adozioni.

La risposta riserva qualche sorpresa. Quel limite, in Italia, esisteva. Nel 2008, durante il quarto Governo Berlusconi, con Mariastella Gelmini ministro dell’Istruzione, l’articolo 5 del decreto-legge n. 137 stabilì un principio molto semplice: salvo specifiche e motivate esigenze, nella scuola primaria l’adozione dei libri doveva durare cinque anni, mentre nelle scuole secondarie di primo e secondo grado il periodo saliva a sei anni.

La stessa norma prevedeva inoltre che gli editori si impegnassero a mantenere invariato per cinque anni il contenuto dei libri adottati, consentendo gli aggiornamenti attraverso appendici separate.

La finalità di quel sistema viene ricordata oggi dalla stessa Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato: mantenere sufficientemente stabili le adozioni per consentire il reimpiego dei libri negli anni successivi.

Quella norma, però, non esiste più. Fu abrogata durante il Governo Monti, quando ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca era Francesco Profumo, ingegnere, già rettore del Politecnico di Torino e presidente del CNR.

L’articolo 11 del decreto-legge n. 179 del 18 ottobre 2012, successivamente convertito nella legge n. 221 del 17 dicembre 2012, stabilì che dal 1° settembre 2013 l’articolo 5 della precedente normativa fosse abrogato. Da quel momento venne eliminato il vincolo temporale nazionale sulle nuove adozioni.

Per quale motivo?

La modifica faceva parte della grande spinta verso la digitalizzazione della scuola. Il provvedimento si chiamava non casualmente “Libri e centri scolastici digitali” e prevedeva una progressiva diffusione dei libri digitali o misti.

La prospettiva era quella di una scuola nella quale il passaggio al digitale avrebbe consentito maggiore aggiornabilità dei contenuti e, soprattutto, una riduzione dei costi. Il problema è che oggi è la stessa Antitrust a rilevare come quelle aspettative di risparmio siano state “in larga parte disattese” e a ipotizzare nuovamente l’introduzione di un limite temporale alle adozioni.

Non è un giudizio politico. È la conclusione alla quale è arrivata l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato dopo una lunga indagine sull’editoria scolastica, conclusa nel gennaio 2026. I numeri aiutano a capire. Più del 95 per cento delle classi adotta oggi libri nella versione mista, cartaceo più digitale, ma soltanto il 16 per cento delle licenze digitali risulta attivato. Secondo l’Antitrust, inoltre, le condizioni di utilizzo delle licenze digitali e la scarsa interoperabilità delle piattaforme finiscono anche per penalizzare il mercato dell’usato e i sistemi di comodato.

C’è poi il problema delle nuove edizioni. L’indagine dell’Autorità rileva che nelle classi di inizio ciclo della scuola secondaria cambia oltre il 35 per cento delle adozioni. La produzione editoriale presenta inoltre un rinnovamento medio vicino al 10 per cento l’anno. Il risultato è facilmente intuibile: più rapidamente cambiano i titoli e le edizioni, più rapidamente diminuisce la possibilità di riutilizzare ciò che una famiglia ha acquistato pochi mesi prima.

Ma quando un’edizione può essere realmente considerata nuova? Anche qui emerge un elemento interessante. Non esiste oggi un controllo pubblico che stabilisca in maniera oggettiva quanto debba cambiare un libro perché possa essere presentato come nuova edizione. Il codice di autoregolamentazione dell’Associazione Italiana Editori prende come riferimento una variazione del 20 per cento dei contenuti. L’Antitrust ha però osservato che il concetto di contenuto può comprendere anche elementi grafici e che non esiste un sistema indipendente in grado di verificare oggettivamente quelle differenze. Per l’Autorità questo lascia spazio, almeno potenzialmente, a comportamenti opportunistici. Federconsumatori aveva sollevato il problema già nel settembre 2024, accogliendo favorevolmente proprio l’apertura dell’indagine Antitrust. L’associazione denunciava come il mercato dell’usato fosse ostacolato dalle nuove edizioni, sostenendo che in diversi casi le differenze rispetto alle precedenti risultavano minime.

L’Antitrust è arrivata infine a prospettare una possibile soluzione: valutare la reintroduzione di un limite temporale alle nuove adozioni. Una delle ipotesi indicate è un periodo di tre anni, coincidente con la durata del Piano Triennale dell’Offerta Formativa delle scuole, proprio per rendere più facilmente riutilizzabili i libri già acquistati dalle famiglie.

A questo punto viene spontanea una domanda: la legge del 2012 fu modificata per favorire gli editori? Non abbiamo trovato elementi che consentano di affermarlo. L’obiettivo dichiarato era la digitalizzazione della scuola e il conseguente abbattimento dei costi. Attribuire al legislatore un intento diverso senza prove sarebbe scorretto. Possiamo però osservare gli effetti che quel sistema ha prodotto. Il mercato dei libri scolastici nuovi vale, secondo l’Antitrust, circa 800 milioni di euro l’anno, contro circa 150 milioni del mercato dell’usato. Inoltre oltre l’80 per cento del mercato del nuovo è concentrato in quattro grandi gruppi: Mondadori, Zanichelli, Sanoma e La Scuola.

È evidente allora che ogni libro che perde la possibilità di essere riutilizzato riduce il mercato dell’usato e genera una nuova vendita. Questo non dimostra che la legge sia stata scritta per favorire qualcuno. Dimostra, però, che quando un testo acquistato da una famiglia diventa economicamente inutilizzabile dopo un anno o due, il costo ricade sulla famiglia mentre il mercato del nuovo aumenta. Va detto anche ciò che sostiene l’altra parte.

L’Associazione Italiana Editori, commentando nel gennaio scorso le conclusioni dell’Antitrust, ha sottolineato come la stessa Autorità abbia accertato che negli ultimi anni l’aumento dei prezzi dei libri scolastici sia stato sostanzialmente in linea con l’inflazione e, in alcuni periodi, persino inferiore. L’AIE ha inoltre manifestato disponibilità a intervenire su alcuni dei problemi individuati dall’Autorità, comprese la maggiore trasparenza tra le diverse edizioni e le condizioni di utilizzo dei contenuti digitali. Il problema, quindi, non è semplicemente stabilire se un libro costi qualche euro in più o in meno.

Il vero problema è quanto dura economicamente quel libro. Un testo da 35 euro che può essere utilizzato da tre studenti diversi è una cosa. Un testo da 35 euro che dopo dodici mesi non viene più richiesto e non può essere rivenduto è un’altra.

E a settembre questa differenza si sente. L’Osservatorio Nazionale Federconsumatori ha calcolato per l’anno scolastico 2026/2027 una spesa media di 545,66 euro per studente per libri obbligatori e due dizionari.

A questa cifra si aggiungono mediamente 673,60 euro per corredo scolastico e ricambi durante l’anno. Per un ragazzo che entra nella prima classe della scuola secondaria di primo grado, libri, dizionari e corredo raggiungono mediamente 1.235,21 euro. Per chi entra nella prima classe della scuola secondaria di secondo grado si arriva addirittura a 1.478,75 euro.

E qualora siano necessari computer, webcam, programmi e altre dotazioni tecnologiche, Federconsumatori quantifica ulteriori costi superiori ai 421 euro. Ma anche queste cifre raccontano soltanto una parte del settembre di una famiglia. Ci sono i trasporti o gli abbonamenti per raggiungere la scuola. In molti casi c’è la mensa. Ci sono le fotocopie, le piccole somme richieste durante l’anno, le merende, l’abbigliamento e tutte quelle spese apparentemente minori che, una dopo l’altra, diventano una voce importante del bilancio domestico.

E mentre riaprono le scuole ripartono anche le attività sportive. Calcio, pallavolo, nuoto, danza, basket, palestre. Arrivano iscrizioni, quote mensili, tesseramenti, certificati medici, scarpe, divise e attrezzature. Federconsumatori già nelle proprie indagini sui costi dello sport giovanile aveva evidenziato come proprio la ripartenza autunnale delle attività sportive si aggiungesse alle spese scolastiche e alle altre scadenze delle famiglie.

Se in casa c’è un solo figlio il conto è importante. Con due figli si comincia a parlare di migliaia di euro concentrati in poche settimane.

E il mutuo, l’affitto, le bollette, la spesa alimentare, l’automobile e tutte le altre necessità quotidiane, naturalmente, non vanno in vacanza mentre si comprano i libri di scuola. Il problema di settembre è la concentrazione delle spese. E dentro questa concentrazione ce n’è almeno una sulla quale il legislatore potrebbe tornare a intervenire: fare in modo che un libro scolastico abbia una vita economica ragionevole.

La norma c’era. È stata cancellata nel 2012 perché si pensava che il digitale avrebbe cambiato il sistema e ridotto i costi. Nel 2026 l’Antitrust ci dice che quelle aspettative sono state in larga parte disattese e suggerisce di valutare nuovamente un vincolo temporale.

Forse, allora, la domanda da porre alla politica è molto semplice. Se un libro di testo è ancora didatticamente valido, perché una famiglia dovrebbe rischiare di vederlo trasformato in carta senza valore dopo appena un anno?

Perché il diritto di un docente a scegliere il testo ritenuto migliore deve necessariamente essere incompatibile con il diritto delle famiglie a poter programmare e contenere la spesa?

E soprattutto: se tredici anni di esperienza hanno mostrato che il mercato dell’usato continua ad avere un ruolo essenziale per migliaia di famiglie, non sarebbe arrivato il momento di proteggerlo di nuovo?