CIOCIARIA - TORNANO I BRUSCOLINI DI RIGHINI

  • Tommaso Villa

C’è un momento in cui la politica deve smettere di comunicare cifre e iniziare a ragionare sulle proporzioni. Perché se un territorio industriale strategico come quello di Cassino e Piedimonte San Germano sta vivendo una delle crisi più profonde della sua storia recente, allora due milioni aggiuntivi possono forse servire a dare un segnale, ma non possono essere raccontati come una risposta strutturale.

E il problema non è nemmeno Giancarlo Righini. Anzi, l’interessamento della Regione Lazio va riconosciuto. In un momento in cui molti preferiscono il silenzio, la Regione almeno prova a mettere qualcosa sul tavolo. Ma il punto è un altro: qui non siamo davanti alla crisi di una piccola realtà locale. Qui siamo davanti al rischio di indebolimento di una delle grandi eccellenze industriali italiane. Perché il Cassino Plant non nasce con Stellantis. Nasce dal cuore industriale della FIAT.

Nasce da una stagione in cui l’automotive italiano rappresentava potenza industriale, occupazione, ricerca, identità nazionale. Da quello stabilimento sono uscite milioni di vetture. Per decenni è stato uno dei simboli della manifattura italiana nel mondo. Un motore economico che non teneva in piedi solo la provincia di Frosinone, ma un intero ecosistema produttivo nazionale.

  • Oggi però il quadro è drammaticamente diverso. I numeri parlano da soli. Secondo il report FIM-CISL, nel primo trimestre 2026 la produzione del plant di Cassino è crollata a 2.916 vetture, con una flessione del 37,4%. Le stime parlano di circa 13 mila vetture per l’intero 2026, contro le oltre 135 mila prodotte appena pochi anni fa. Nel frattempo manca ancora un vero piano industriale chiaro per il sito laziale. E mentre altri stabilimenti italiani ricevono assegnazioni produttive e prospettive future, Cassino continua a vivere sospesa tra indiscrezioni, attese e smentite.

  • L’ultima fotografia del caos è arrivata proprio in questi giorni. Per ore si è parlato di una possibile visita di BYD allo stabilimento di Cassino. Una notizia che aveva acceso speranze, interpretazioni e scenari. Anche se alcuni politici già avevano ipotizzato un'agenda per l'azienda cinese. Poi è arrivata la smentita ufficiale del gruppo cinese: nessun sopralluogo, nessuna visita esplorativa.

  • E allora resta una domanda enorme: qual è il futuro di Cassino? Perché qui non basta “tamponare”. Qui il buco si sta trasformando lentamente in una voragine. E due milioni, dentro uno scenario simile, rischiano di apparire più come un gesto simbolico che come una strategia industriale. I soliti Bruscolini.

La verità è che servirebbe un piano nazionale. Esattamente come è sempre avvenuto quando c’era da difendere gli asset industriali strategici del Paese. Servono investimenti veri. Servono ricerca, innovazione, filiera, formazione, infrastrutture e una visione industriale chiara. Tutto ciò senza domenticare che il ministro è Urso.

Perché se Cassino cade, non perde soltanto la Ciociaria. Perde il Lazio. Perde l’Italia industriale. E forse il problema più grande è proprio questo: negli anni ci siamo abituati a ragionare sulla crisi di Stellantis come se fosse una vertenza locale. Non lo è mai stata. È una questione nazionale. E continua a esserlo ancora di più oggi. Altro che due milioni di bruscolini.