IL RICORDO - BUON COMPLEANNO GIANROBERTO
- Tommaso Villa
Oggi Gianroberto Casaleggio avrebbe compiuto 72 anni. In Africa si dice che le relazioni vengano prima delle prime azioni. E io sono grato alla vita per aver avuto la possibilità di conoscere Gianroberto. Il primo articolo che abbiamo pubblicato qui su Scomode Verità, quando eravamo ancora in pochi, l’ho dedicato proprio a lui. Oggi voglio condividerlo di nuovo con voi.
A 30 anni decisi di licenziarmi dal lavoro. Lavoravo in una onlus che si occupava di progetti di cooperazione internazionale, con la quale ero stato in Congo e in Guatemala. Feci un biglietto di sola andata per l’America Latina. Sono stato due anni in America Latina a raccogliere storie e a fare qualsiasi tipo di lavoro, con l’idea di scriverci un libro.
L’idea di ritornare mi fece cadere in attacchi di panico. All’inizio non capisci mai cosa siano; pensi sempre a brutte malattie. Poi inizi a lavorarci su, a comprenderli e a domarli. Volevo scrivere, viaggiare per scrivere e scrivere per viaggiare. Scrissi quindi uno dei miei primi reportage sulle dighe idroelettriche in Guatemala, registrai un video con il leader della comunità indigena e, una volta tornato in Italia, iniziai a mandarlo a tanti giornali. Non mi si filò nessuno. Ripeto: nessuno.
Molti conoscono questa sensazione: la frustrazione di sentirsi soli, di pensare di avere una bella storia da raccontare, un lavoro, dei valori da dimostrare, delle competenze, e inciampare sempre nella solita frase: “Ti faremo sapere”. In quel momento drammatico della mia vita a Roma, senza alcuna certezza sul futuro, l’unica persona che mi scrisse interessata al reportage che avevo scritto sulle comunità indigene in Guatemala fu Gianroberto Casaleggio.
Io nemmeno conoscevo l’esistenza di Gianroberto. Durante un incontro con un MeetUp degli amici di Beppe Grillo mi diedero il nome di una persona che lavorava alla Casaleggio Associati. Gli scrissi e mandai l’articolo.
Successivamente mi arrivò un’e-mail dalla Casaleggio Associati in cui mi dissero che l’articolo sarebbe stato pubblicato sul Blog con un commento di Beppe Grillo in persona. Molte persone videro il video in cui intervistavo un leader indigeno. Potete ancora trovarlo sul blog di Grillo.
Pensai allora di sfruttare il momento. Scrissi un’e-mail allo stesso indirizzo spiegando i miei obiettivi, ma non ricevetti risposta per due settimane. Poi mi chiamarono dalla Casaleggio Associati: Gianroberto voleva conoscermi a Milano.
Mi chiesero quale biglietto del treno volessi prendere, l’orario e tutte le informazioni necessarie. Per me fu molto importante, perché all’epoca ero davvero in difficoltà. Mi sembrò un gesto di grande rispetto.
Andai quindi a Milano, entrai in una sala della vecchia sede di Casaleggio Associati, la stessa sala dove ho visto Gianroberto vivo per l’ultima volta.
Dopo un po’ entrò Gianroberto. Si mise davanti a me, spense il cellulare e mi disse questa frase: “Parlami delle tue idee”. Così, in un quarto d’ora improvvisai: parlai di ciò che avevo fatto in America Latina, di quello che non ero riuscito a fare, di ciò che avrei voluto fare. Gli raccontai i miei sogni e i miei progetti.
Lui rimase in silenzio assoluto. Questa è un’altra caratteristica di Gianroberto: restava sempre in silenzio quando gli altri parlavano. Quando ero parlamentare, parlavo quasi tutti i giorni con lui. Gli telefonavo e gli raccontavo cosa accadeva in Parlamento. A volte pensavo che fosse caduta la linea, perché lui rimaneva in silenzio assoluto. Per lui ascoltare era naturale.
Passati quei 15 minuti nel suo ufficio, mi ringraziò, si alzò e se ne andò. Ricordo che, mentre tornavo a casa, mi chiamò mia mamma e mi domandò: “Beh, com’è andata?”. Io non seppi rispondere e dissi: “Mamma, non lo so. Non mi ha detto niente”. In realtà pensai che non fosse andata tanto bene, onestamente.
Tre settimane dopo, però, mi richiamarono dalla Casaleggio Associati e mi chiesero di tornare a Milano. Ero al settimo cielo, perché sentivo che c’era un’opportunità, e questo mi aiutò tanto in quel momento. Gli attacchi di panico c’erano ancora, ma avevo iniziato a imparare a gestirli.
Mi pagarono di nuovo il biglietto del treno, andai a Milano, entrai nella stessa sala, stessa identica dinamica. Mi sedetti su una sedia, Gianroberto davanti a me, spense il cellulare e mi chiese: “Puoi approfondire il tema di quella questione di cui mi avevi parlato?”.
ALESSANDRO DI BATTISTA
(Testo e foto da Scomode Verità)