ANAGNI AMBIENTE - STOCCAGGIO DEI RIFIUTI, IL SINDACO E LE OSSERVAZIONI
- Tommaso Villa
Da giorni il progetto dell'impianto di stoccaggio rifiuti della Sabellico Srl, previsto nella zona industriale di Anagni, è al centro di un acceso confronto politico. Da una parte le proteste e le accuse di chi teme un'ulteriore concentrazione di impianti legati al ciclo dei rifiuti nella provincia di Frosinone; dall'altra la replica del sindaco Daniele Natalia, che sostiene come il procedimento amministrativo abbia preso avvio negli anni precedenti e che l'attuale amministrazione non abbia autorizzato l'impianto.
Come spesso accade, il dibattito politico rischia però di mettere in secondo piano l'aspetto più importante: cosa dicono realmente i documenti ufficiali? Abbiamo esaminato la relazione istruttoria allegata alla Determinazione della Regione Lazio G09332 del 7 luglio 2026, il provvedimento con il quale il progetto è stato escluso dalla procedura ordinaria di Valutazione di Impatto Ambientale, pur imponendo ben 34 prescrizioni.
Secondo gli atti regionali, il progetto interessa un'area di circa 14.600 metri quadrati, situata nella zona industriale di Anagni, in località Paduni, dove è già presente un capannone industriale di circa 3.800 metri quadrati. L'impianto non prevede la costruzione di nuovi edifici: tutta l'attività di stoccaggio sarà svolta esclusivamente all'interno del capannone esistente. All'esterno è prevista soltanto l'installazione di una pesa per i mezzi pesanti, mentre la configurazione dell'area rimarrà invariata.
La capacità complessiva prevista è di 40.500 tonnellate di rifiuti all'anno, delle quali 40.000 tonnellate di rifiuti non pericolosi, costituiti principalmente da plastiche e Combustibile Solido Secondario (CSS), e 500 tonnellate di rifiuti pericolosi. La stessa documentazione precisa che nell'impianto non saranno effettuate attività di trattamento, triturazione o selezione dei rifiuti, ma esclusivamente operazioni di stoccaggio, raggruppamento e riconfezionamento finalizzate all'ottimizzazione dei carichi in uscita.
Tra le sedici pagine della relazione istruttoria c'è però un passaggio che merita particolare attenzione. La Regione ricostruisce l'iter amministrativo ricordando che il progetto è stato pubblicato, che sono state richieste integrazioni alla società proponente e che gli enti interessati hanno avuto la possibilità di intervenire.
Poi arriva una frase destinata inevitabilmente a far discutere. La trovate a pagina 14. "A seguito della comunicazione dell'avvenuta pubblicazione (...) nonché della successiva richiesta di integrazioni (...), non sono pervenute osservazioni da parte del pubblico né pareri da parte degli Enti interessati che evidenziassero criticità o motivi ostativi alla realizzazione del progetto."
È un passaggio che non può essere ignorato. Attenzione, però, a non attribuirgli un significato che il documento non contiene. La Regione non afferma che tutti gli enti abbiano espresso un parere favorevole. Non dice neppure che il Comune di Anagni abbia dato un "via libera" al progetto. Quello che certifica è un fatto preciso: durante la fase istruttoria non risultano osservazioni del pubblico né pareri degli enti che abbiano evidenziato criticità o motivi ostativi.
Ed è proprio questo il punto sul quale oggi sarebbe opportuno fare piena chiarezza. Il Comune di Anagni ha trasmesso un proprio parere? Se sì, quale contenuto aveva? La Provincia di Frosinone ha formulato osservazioni? ARPA Lazio, ASL e gli altri enti coinvolti hanno espresso valutazioni oppure non sono intervenuti? Sono domande legittime, perché riguardano un procedimento amministrativo che interessa un intero territorio e che oggi è al centro del dibattito pubblico.
Un altro elemento che emerge con chiarezza dagli atti riguarda il fatto che la Regione non ha rilasciato un provvedimento privo di condizioni. Al contrario, ha subordinato il prosieguo dell'iter al rispetto di 34 prescrizioni tecniche, alcune delle quali particolarmente significative.
Tra le principali figurano: • acquisire tutti gli ulteriori pareri e le autorizzazioni previste dalla normativa; • divieto assoluto di depositare rifiuti all'esterno del capannone; • permanenza massima dei rifiuti in deposito pari a sei mesi, con obbligo di tracciabilità secondo il criterio "primo entrato, primo uscito"; • realizzazione di un articolato sistema antincendio con sprinkler, idranti, rilevatori di fumo, termocamere e Piano di Emergenza; • monitoraggi periodici di rumore, odori, traffico, polveri, vibrazioni e scarichi idrici; • controlli successivi all'entrata in esercizio dell'impianto con obbligo di adottare misure correttive qualora emergano criticità; • limite massimo di 10 transiti giornalieri complessivi di mezzi pesanti, tra ingressi e uscite; • verifica dell'idoneità della rete di raccolta delle acque meteoriche; • verifica della vulnerabilità sismica dell'edificio nella successiva fase autorizzativa; • obbligo di sottoporre agli enti competenti qualsiasi futura modifica o ampliamento del progetto.
Le prescrizioni dimostrano che la stessa Regione ha ritenuto necessario imporre numerose condizioni tecniche prima dell'eventuale avvio dell'attività. Resta però una domanda che gli stessi documenti ufficiali pongono inevitabilmente all'attenzione dell'opinione pubblica:
Se oggi il progetto suscita tante polemiche, perché durante tutta la fase istruttoria non risultano osservazioni del pubblico né pareri degli enti che evidenziassero criticità o motivi ostativi alla realizzazione del progetto?
È una domanda alla quale meritano di rispondere i documenti e gli enti coinvolti. Perché quando si parla di ambiente, salute pubblica e futuro del territorio, la trasparenza non è un'opzione: è un dovere.
