CIOCIARIA - QUANDO MUSSOLINI CI REGALO' LA PROVINCIA
- Tommaso Villa
La Provincia di Frosinone… diciamocelo, non è nata per amore. È nata per decisione. Una decisione dall’alto, di quelle che arrivano come una telefonata all’ora di pranzo: inaspettata, un po’ fastidiosa, eppure inevitabile. Una creatura amministrativa messa insieme nel 1927 con un colpo di righello sulla cartina.
Nessuno qui aveva organizzato manifestazioni o raccolte firme per averla, una provincia tutta nostra. Per capirla davvero, questa storia bisogna tirare fuori la macchina del tempo e tornare indietro. E di parecchio. Quando gli Ernici costruivano mura così robuste che ancora oggi ci chiediamo come sia possibile, questa terra già guardava a Roma. Anagni, Alatri, Ferentino: erano come piccoli mondi a sé, ricchi, forti, capaci di sfornare addirittura dei Papi.
Più a sud, invece, la musica cambiava: le ombre di Montecassino, la spiritualità, il potere religioso che diventava anche potere economico, una porta spalancata verso la Campania. Poi c’è Sora.
Un carattere tutto suo, una testa dura che non ha mai voluto mettere l’etichetta giusta sul proprio confine. I Volsci correvano sulle colline dell’odierna Alta Ciociaria e con un piede nel Lazio e uno nell’Abruzzo. A tratti addirittura Stato indipendente. E la cosa buffa è che, ancora oggi, in certi momenti di crisi a Sora si sente dire: “Ma noi che c’entriamo con Frosinone?”. Come un amore mai dichiarato del tutto.
Questa provincia, prima di essere provincia, era un mosaico che nessuno aveva la pazienza di incollare. Sora, Arpino, Isola del Liri, tutta la Valcomino: erano Terra di Lavoro, con capoluogo Caserta. Dall’altra parte, verso Roma, c’erano Ceccano, Alatri, Ferentino, Frosinone e compagnia cantando. Strade diverse. Storie diverse. Abitudini diverse. Chi mai avrebbe scommesso su una vita insieme?
Eppure, il Duce decise così: via un pezzo da Caserta, via un pezzo da Roma, unisci tutto e chiamalo Frosinone. Chiudere la questione in modo rapido, burocratico, chirurgico. Fatto. Nasce così una provincia che non ha una capoluogo vero. Frosinone ci prova, certo, ma nessuno glielo ha mai davvero riconosciuto. Il cuore industriale, quello potente, era altrove: nelle valli del Liri. Il centro spirituale era Cassino. La memoria storica e politica era nel nord, ad Anagni e Alatri. Una fusione a freddo. E quelle, si sa, non fanno mai scintille.
E allora ogni volta che qualcosa qui non funziona, e capita spesso, scatta il vecchio riflesso: “Ce ne andiamo”. Verso l’Abruzzo, verso la Campania, verso Roma: basta che qualcuno ci prometta di considerarci centro e non periferia. E però… siamo ancora qui. Stretti, incastrati, a volte persino un po’ controvoglia, ma insieme. Perché quante province in Italia possono dire di essere cerniera tra tre mondi diversi? Quante possono rivendicare un ruolo da nodo strategico, non da ultima fermata del treno?
Questo territorio ha passato decenni a sentirsi uno scarto geografico. Mentre, in verità, siamo esattamente nel punto in cui i corridoi si incrociano: la porta tra Roma, Campania, Abruzzo. L’Italia interna, quella vera, quella che nelle cartine è sempre stata bianca perché nessuno aveva voglia di studiarsela. La verità è che abbiamo sempre fatto fatica a riconoscerci una casa comune.
E poi c’è la parola che tutti pronunciamo senza mai spiegarla: Ciociaria. La tiriamo in ballo in ogni conversazione importante, la mettiamo sulle locandine degli eventi, la usiamo come biglietto da visita quando siamo fuori provincia. “Sono ciociaro”, diciamo con un mezzo sorriso. Eppure… cosa vuol dire esattamente? La Ciociaria non è la Provincia di Frosinone. Non lo è mai stata.
È un nome culturale, affettivo, popolare. Un’invenzione ottocentesca che indicava i contadini con le ciocie, i sandali tipici. Una parola che piaceva ai romani e ai viaggiatori stranieri perché evocava tradizione, ruralità, semplicità. Ma dove iniziava e dove finiva, nessuno lo ha mai deciso davvero. Un concetto liquido che si allarga o si restringe in base a come ci sentiamo. E allora eccolo il grande equivoco: siamo una provincia creata a tavolino, ma ci raccontiamo come un popolo nato dal mito.
Forse è proprio questa la nostra forza: non è la politica che definisce la nostra identità, ma la memoria collettiva. Siamo ciociari per scelta, per orgoglio, per istinto, anche se nessun confine lo certifica davvero. È una carta che altri territori si sognano: un nome che emoziona prima ancora di spiegare dove siamo sulla mappa. Ma forse adesso, per la prima volta da quando ci hanno messi insieme, questa casa possiamo immaginarla e costruirla come ci pare, non come l’hanno pensata altri. Possiamo smetterla di andare in giro con il biglietto del ritorno in tasca.
Possiamo inventarci una rotta e seguirla tutti insieme. Se siamo rimasti uniti finora senza nemmeno volerlo… immaginate che potremmo fare, se un giorno decidessimo davvero di volerlo.