ROMA CAPITALE - COSA CAMBIA PER IL MALTRATTATO SUD DEL LAZIO

  • Tommaso Villa

Il 29 aprile 2026 non è stata una data qualsiasi. In quella giornata la Camera dei Deputati ha approvato in prima lettura la riforma costituzionale su Roma Capitale. La maggioranza ha votato a favore. Il Partito Democratico si è astenuto. Non è un dettaglio. È una scelta politica.

Perché su una riforma di questo tipo non esiste una zona neutra. O si crede che rafforzare Roma sia la strada giusta, oppure si ritiene che servano garanzie per il resto del territorio. Restare nel mezzo significa una cosa sola: non voler scegliere tra due interessi che entrano in conflitto.

Da una parte c’è Roma, governata dal centrosinistra, con Roberto Gualtieri che da tempo chiede più poteri per gestire una città complessa. Dall’altra c’è il resto del Lazio, dove quella stessa riforma viene letta con preoccupazione.

E qui il nodo non è ideologico. È numerico. Roma concentra oltre il 70% del PIL regionale e più della metà delle imprese del Lazio. Ha un tasso di occupazione sensibilmente più alto rispetto alle province. È, di fatto, una metropoli europea dentro una regione che non lo è.

E poi c’è il basso Lazio. C’è Frosinone. C’è Latina. Territori che raccontano un’altra storia. Negli ultimi anni la provincia di Frosinone ha perso migliaia di posti di lavoro nel comparto industriale. Il tasso di occupazione resta stabilmente sotto la media regionale. Intere aree produttive sono state riconosciute come zone di crisi industriale complessa. E mentre Roma cresce nei servizi, qui si combatte ancora con gli effetti della deindustrializzazione.

Eppure, nonostante questo, Frosinone resta esclusa dai grandi strumenti di riequilibrio. Non è nel Mezzogiorno. Non è nella ZES Unica Mezzogiorno. Non beneficia di fiscalità di vantaggio strutturale.

È troppo “centrale” per essere aiutata. Ma troppo fragile per competere. Basta attraversare il confine con la Campania per rendersene conto. A pochi chilometri iniziano territori che, negli anni, hanno beneficiato prima della Cassa per il Mezzogiorno e oggi delle ZES, con incentivi fiscali, semplificazioni, attrazione di investimenti. Qui no. Qui si compete ad armi impari.

Ed è proprio questo il punto che la riforma di Roma Capitale porta allo scoperto. Perché rafforzare Roma, da solo, rischia di amplificare questo squilibrio. Una città più autonoma, più veloce, più forte può attrarre ancora più risorse, imprese, capitale umano. E lasciare ancora più indietro chi è già in difficoltà.

Ma c’è anche un’altra lettura. Più scomoda, ma più interessante. Questa riforma rompe un equilibrio che, fino ad oggi, ha coperto il problema. Finché Roma e il resto del Lazio restano un blocco unico, tutto si tiene. I numeri della Capitale compensano le fragilità delle province. E la politica può evitare di intervenire davvero.

Se invece Roma diventa un soggetto più autonomo, questo equilibrio salta. E a quel punto la domanda diventa inevitabile: cosa si fa del resto del Lazio? È qui che il sì alla riforma può diventare, paradossalmente, un’opportunità anche per Frosinone. Non perché arrivino automaticamente più fondi. Questo non succederà. I parametri europei non cambiano. Il Lazio resterà una regione unica.

Ma perché si crea uno spazio politico nuovo. Diventa possibile – e necessario – chiedere strumenti specifici per territori che oggi sono invisibili nei grandi schemi. Diventa credibile aprire una battaglia per estendere forme di fiscalità di vantaggio. Per creare una ZES del basso Lazio. Per trattare Frosinone e Latina non più come periferia di Roma, ma come area con esigenze proprie.

E qui torniamo al punto di partenza. All’astensione del Partito Democratico. Perché in questo nuovo scenario non si potrà più restare nel mezzo. Non si potrà più tenere insieme Roma e il resto del Lazio senza scegliere una righina. Non si potrà più parlare di sviluppo territoriale senza indicare strumenti concreti.

Il 29 aprile ha aperto una fase nuova. E questa volta la partita non si giocherà solo nella Capitale. Si giocherà nei territori che, per troppo tempo, sono rimasti in silenzio. E soprattutto, si giocherà su una domanda semplice: il basso Lazio continuerà a essere terra di mezzo, oppure inizierà finalmente a contare davvero?