L'ANALISI - LA CIOCIARIA CORRE DA SOLA

  • Tommaso Villa

Ogni anno la classifica del Sole 24 Ore sulla Qualità della Vita ricompare come un rito collettivo, un termometro di ciò che funziona e di ciò che non vogliamo ammettere. Per Frosinone, l’edizione 2025 consegna un risultato che non sorprende per la posizione in sé, 85ª, tre gradini più in basso rispetto all’anno scorso ma per la storia che i numeri, letti uno a uno, cominciano a raccontare. Ed è una storia diversa dal solito, più sottile, più interessante: una provincia dove cittadini e imprese fanno la loro parte, spesso più del dovuto, mentre il sistema pubblico arranca, si inceppa, fatica a tener dietro alle energie della società civile.

Il primo capitolo che colpisce è quello dedicato alla ricchezza e ai consumi.

È qui che il report registra un balzo avanti di quindici posizioni, un risultato che stride con la percezione quotidiana di molti. La chiave è un indicatore che, fuori da certi ambienti, dice poco o nulla: il trend del PIL pro capite. Eppure è proprio lì che si nasconde una delle sorprese più clamorose dell’intera classifica: Frosinone è quinta in Italia per velocità di crescita del valore prodotto per abitante. Non significa che siamo improvvisamente diventati una provincia ricca.

Significa che alcuni comparti, pochi ma molto pesanti, stanno crescendo più rapidamente del resto del Paese. Non l’automotive, che resta fermo, logorato da mesi di cassa integrazione e da una catena del valore che non trova più equilibrio. La crescita viene altrove: dal farmaceutico, dalla logistica, da una parte dei servizi alle imprese, dalla spinta dell’edilizia legata alla riqualificazione.

È una crescita verticale, concentrata, che genera PIL ma non benessere diffuso. E infatti i redditi restano bassi, i pagamenti puntuali crollano, la spesa delle famiglie arranca. Una provincia che produce, sì, ma senza che quella produzione si trasformi in qualità della vita. Lo stesso paradosso emerge con ancora più forza nella sezione dedicata agli affari e al lavoro, dove Frosinone precipita di quarantatré posizioni. È uno dei crolli più bruschi dell’intera edizione.

Da una parte ci sono imprese strutturate che esportano, viaggiano, reggono la competizione. Dall’altra, un sistema produttivo fragile, punteggiato da aziende che vivono di ammortizzatori sociali, da un tasso di imprenditorialità innovativa praticamente inesistente, da fallimenti in crescita e da un mercato del lavoro che non riesce a riassorbire la forza lavoro in uscita. È un’economia che corre a due velocità, capace di eccellenza e di crisi profonda nello stesso spazio geografico.

Il capitolo della giustizia e della sicurezza sembra, a una prima lettura, un’oasi di serenità. La criminalità reale è bassa, le rapine sono rare, i furti contenuti. Sulla carta viviamo in una delle province più tranquille d’Italia. Ma basta voltare la pagina per scoprire un dato che ribalta tutto: la percezione di insicurezza è altissima. Le famiglie non si sentono protette, e non perché il territorio sia oggettivamente pericoloso, ma noi pensiamo perché il rapporto con le istituzioni è difficile, farraginoso, spesso frustrante. Molte persone scelgono di non sporgere denuncia perché temono che il percorso sia più complesso del reato subito. Ogni giorno si aprono i giornali per leggere furti in abitazioni ma a quanti di questi seguono denuncia?

La sfiducia verso il sistema si riflette anche nella giustizia civile, dove i procedimenti si trascinano per anni, la litigiosità è alta e le cause ultratriennali pesano sullo smaltimento. Un territorio, dunque, non insicuro, ma scoperto: lasciato a se stesso. Il quadro cambia nuovamente quando si arriva al capitolo dedicato alla demografia e alla società.

Qui la provincia risale diciotto posizioni e, per la prima volta, il report fotografa la parte migliore del Frusinate: un capitale umano che resiste. La percentuale di diplomati è alta, l’abbandono scolastico è tra i più bassi d’Italia, il tessuto sociale è solido e la solitudine è meno diffusa che altrove. La popolazione studia, si forma, tiene insieme i legami. Ma quando entrano in scena i dati sanitari, il quadro si incupisce: la mortalità per tumori è tra le più alte del Paese, quella evitabile superiore alla media, la speranza di vita più bassa.

Il sistema sanitario, pur con professionalità che resistono, mostra una sofferenza strutturale che pesa come un macigno sulla qualità della vita.

Arriviamo così alla sezione più critica, quella che, più di tutte, spiega perché la provincia resta ferma in fondo alla classifica: ambiente e servizi. Qui Frosinone è quart’ultima in Italia. L’aria è tra le peggiori del Paese, il traffico soffoca il territorio, le infrastrutture urbane non reggono, i servizi digitali della pubblica amministrazione sono arretrati, la qualità gestionale dei Comuni è debole. E si aggiunge una contraddizione che negli anni è stata nascosta sotto il tappeto della comunicazione istituzionale: la raccolta differenziata non è tra le migliori, come spesso si racconta. Il dato reale è 64%, sotto la media italiana del 68,1%.

Non è colpa dei cittadini, anzi: la disciplina dei nuclei familiari è spesso superiore alla media nazionale. È il sistema, piuttosto, che non riesce a valorizzare il loro impegno, come dimostrano le tariffe che continuano a salire. Una provincia virtuosa dal basso, inefficiente dall’alto.

A chiudere il quadro c’è la cultura, che a Frosinone vive più nei cittadini che nelle istituzioni. Pochi musei, poche librerie, scarsa spesa comunale, poca programmazione sportiva. Eppure la vita culturale procede, cresce, si riempie di iniziative, associazioni, eventi spontanei. La provincia non rinuncia alla propria vitalità: semplicemente, non è sostenuta da chi avrebbe il compito di farlo.

La storia che emerge da questa lettura non è quella di una provincia che “va male”. È quella di una provincia che va avanti da sola. Dove il PIL cresce, ma cresce perché alcune imprese viaggiano e non perché il sistema pubblico funziona. Dove la sicurezza c’è, ma non si sente, perché il rapporto con lo Stato si è logorato. Dove la popolazione studia, lavora, si impegna, ma trova servizi che rallentano invece di sostenere. I ragazzi che si laureano difficilmente tornano in provincia.

Dove la qualità della vita non aumenta perché la macchina amministrativa si inceppa proprio nei punti critici: sanità, ambiente, mobilità, infrastrutture, giustizia.

Frosinone non è una provincia immobile: è una provincia che produce. Produce non grazie alle istituzioni, bensì nonostante le istituzioni. E forse è proprio questo il nodo che il report del Sole 24 Ore ci chiede di guardare in faccia: la società civile, qui, meriterebbe molto di più.