IL CASO - I TRE BAMBINI E LA CASA NEL BOSCO
- Tommaso Villa
A pochi chilometri da noi, nel bosco di Palmoli, c’è una casa nascosta tra gli alberi. Una casa vera, abitata, non un racconto, non una fiaba. Una casa dove tre bambini stavano crescendo dentro una scelta di vita che non somigliava per nulla alla nostra. Nessuna miseria estrema, nessuna emergenza da prima pagina, solo un modo diverso di vivere, di educare, di stare al mondo. Un modo che per noi è “anomalia”, ma per quella famiglia era semplicemente normalità.
Ed è qui che la storia cambia prospettiva. Non parliamo di povertà. Parliamo di scelta di vita. E soprattutto parliamo di un sistema che fatica a tollerare tutto ciò che esce dal binario della nostra educazione standardizzata.
Il tribunale per i minorenni dell’Aquila ha stabilito che quei bambini non ricevessero ciò che, secondo la nostra cultura, è essenziale: routine scolastiche, socialità codificata, ambienti strutturati, stimoli “corretti”. E così li ha portati via. Non per violenze, non per abusi, non per orrori domestici. Ma perché si vive in un modo che la nostra società non riconosce come adeguato.
E allora bisogna dirla tutta, senza abbellimenti: in questa storia non c’era nessuna strega cattiva, nessun orco malvagio e neanche il lupo cattivo. Ci sono solo due genitori che hanno scelto un’altra strada, forse imperfetta, forse dura, forse ingenua. Ma è la loro strada. E c’erano tre bambini che, dentro quella strada, stavano crescendo secondo un ritmo diverso da quello che tutti noi diamo per scontato.
Un caso che molto ci fa riflettere: sembra di essere tornati al vecchio cartone animato di Heidi, dove il mondo di montagna, semplice e fuori dagli schemi, veniva osservato con sospetto da chi viveva secondo regole diverse. Lì come qui, non era il pericolo a spaventare: era la diversità.
La vera frattura non è tra bene e male. È tra normalità e diversità. Tra un modello culturale che impone standard molto precisi e una famiglia che quegli standard non li condivideva, non li conosceva o semplicemente non li riconosceva come necessari.
E allora la domanda pesa: chi decide qual è il solo modo giusto per crescere un figlio? Lo Stato? La società? O la famiglia stessa, finché non c’è un pericolo reale e documentabile?
Il caso di Palmoli mette a nudo un limite che raramente abbiamo il coraggio di ammettere: il nostro giudizio, a volte, è culturale più che oggettivo. E ciò che qui viene considerato “caso”, “problema”, “intervento necessario”, in altre parti del mondo sarebbe soltanto una scelta di vita. Nulla di più.
Proteggere i bambini è un dovere. Ma capire davvero ciò che è diverso da noi è un dovere altrettanto grande. E una società matura non teme le differenze: le comprende, le accompagna, le rispetta o almeno, dovrebbe.
E voi cosa ne pensate ?