AMBIENTE E SALUTE - LA VALLE DEL SACCO DEVE ESSERE BONIFICATA

  • Tommaso Villa

Ci sono numeri che vanno letti con prudenza. E poi ci sono storie che non possono essere cancellate con una percentuale. La Valle del Sacco è tornata ancora una volta al centro dello scontro politico dopo la pubblicazione dei nuovi dati epidemiologici.

Numeri che riguardano la salute di chi vive in uno dei territori ambientalmente più discussi d'Italia e che, inevitabilmente, hanno riaperto una ferita mai veramente rimarginata. Il progetto INDACO, coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio con la collaborazione della ASL di Frosinone e della ASL Roma 5, studia proprio lo stato di salute della popolazione residente nei Comuni compresi nel SIN Valle del Sacco.

Gli indicatori disponibili riguardano la mortalità, i tumori maligni e le ospedalizzazioni. Per i tumori e la mortalità il periodo analizzato arriva dal 2010 al 2019, mentre per le ospedalizzazioni si arriva al 2021. Ed è necessario partire da quello che questi numeri realmente dicono, evitando di fargli dire ciò che non dicono.

Non esiste un dato secondo il quale nella Valle del Sacco tutti i tumori siano indiscriminatamente superiori alla media. Emergono invece criticità per determinate patologie, in determinati territori e in determinati gruppi della popolazione. È un passaggio sul quale bisogna essere rigorosi. Un numero superiore a quello della popolazione presa come riferimento non significa automaticamente aver individuato la causa di quelle malattie. Una correlazione epidemiologica non è una sentenza. La stessa piattaforma INDACO chiarisce che gli indicatori sanitari consentono di individuare eventuali criticità, ma non sono sufficienti, da soli, a stabilire quali fattori abbiano determinato una determinata malattia. Ed è giusto che sia così.

La salute pubblica è una materia troppo seria per essere utilizzata come una clava politica. Ma è proprio qui che comincia il paradosso della Valle del Sacco. Perché davanti agli stessi numeri la politica sembra essere riuscita ancora una volta a dividersi nelle due categorie che conosciamo da vent'anni: quelli che vedono una Valle avvelenata e quelli che temono che raccontarla in questo modo produca un danno d'immagine enorme ad un territorio che prova faticosamente a rialzarsi.

Destra e sinistra litigano sui veleni. Gli uni accusano gli altri di minimizzare. Gli altri rispondono accusando i primi di trasformare un dato statistico in una verità scientifica che quel dato, da solo, non può dimostrare. La discussione può essere legittima. Quello che appare molto meno comprensibile è che, mentre da oltre vent'anni discutiamo su quanto sia inquinata la Valle del Sacco, la Valle del Sacco continui ad essere un Sito di Interesse Nazionale da bonificare. Perché questo è il punto che rischia di sparire sotto le polemiche. Se davvero il problema ambientale è stato esagerato, perché dopo oltre vent'anni siamo ancora impegnati nella caratterizzazione e nel risanamento del territorio? E se invece il problema è grave come alcuni sostengono, la domanda diventa persino più pesante: perché abbiamo impiegato più di vent'anni senza riuscire a completare la bonifica?

Secondo quanto riportato in questi giorni sembrerebbe che dopo ventidue anni risulterebbe bonificato appena il 2% dell'estensione complessiva del SIN. Due per cento. Un numero che meriterebbe forse qualche consiglio comunale, regionale e parlamentare in più rispetto alle polemiche sull'aggettivo da utilizzare per descrivere la situazione sanitaria della Valle.

Perché mentre la politica discute sul presente, esiste qualcosa che non compare nei grafici del Dipartimento di Epidemiologia. È la memoria. Quella dei cittadini della Valle del Sacco. La memoria di chi c'era nel 2005, quando scoppiò l'emergenza ambientale. Di chi ricorda il beta-esaclorocicloesano, una sigla che improvvisamente entrò nelle case di migliaia di persone. Di chi ricorda gli allevamenti coinvolti, gli animali abbattuti, il latte contaminato, i prodotti agricoli sottoposti a restrizioni, le ordinanze, i controlli. E soprattutto c'è la memoria delle famiglie. Famiglie che in questi vent'anni hanno visto un padre, una madre, un fratello, una sorella, un marito, una moglie ammalarsi di tumore.

Famiglie che hanno accompagnato i propri cari negli ospedali, nei reparti oncologici, nelle sedute di chemioterapia. Famiglie che qualche volta li hanno visti guarire. E famiglie che purtroppo li hanno persi. Sarebbe scientificamente sbagliato affermare che quelle singole malattie o quelle singole morti siano state provocate dall'inquinamento della Valle del Sacco. Nessun giornale serio dovrebbe farlo senza una prova. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pretendere che quelle persone cancellassero dalla loro memoria la domanda con la quale hanno convissuto per anni: quanto ha pesato vivere qui?

È una domanda alla quale forse per molti di loro non arriverà mai una risposta definitiva. Ed è proprio per questo che la politica dovrebbe utilizzare una prudenza ancora maggiore quando maneggia questi numeri. Prudenza non significa negare. Ma non significa nemmeno condannare. Significa studiare. Significa continuare la sorveglianza epidemiologica. Significa mettere a disposizione dei cittadini tutti i dati. Significa spiegare quali patologie presentano un'incidenza maggiore e quali no, quali differenze siano statisticamente significative e quali invece non lo siano. Significa distinguere una correlazione da un rapporto di causa ed effetto.

Ma, soprattutto, significa fare finalmente quello che avrebbe dovuto essere fatto da tempo: bonificare. Perché c'è qualcosa di surreale nel continuare a discutere, nel 2026, se l'inquinamento abbia prodotto più o meno malattie mentre il territorio che ha generato quella discussione non è stato ancora completamente risanato. Ed allora forse dovremmo smettere per un momento di chiederci chi abbia ragione tra destra e sinistra.

La Valle del Sacco non appartiene né alla destra né alla sinistra. Appartiene alle persone che ci vivono. A quelle che ci lavorano. A chi coltiva quei terreni. A chi ha deciso di investire nonostante tutto. A chi vuole continuare a viverci senza essere considerato né un abitante di Chernobyl quando qualcuno vuole alimentare la paura, né un visionario quando qualcuno vuole minimizzare il problema.

E appartiene anche a quelli che non ci sono più. È anche per loro che la memoria di questa storia non può essere cancellata. Gli studi possono aggiornarsi. Le conoscenze scientifiche possono evolvere. Alcune convinzioni possono essere confermate e altre smentite. È esattamente così che funziona la scienza. La memoria, invece, rimane. E dopo oltre vent'anni di studi, conferenze, commissioni, accordi di programma, dichiarazioni e polemiche, forse la domanda che la Valle del Sacco dovrebbe rivolgere alla politica è diventata molto più semplice.

Non chiediamo alla destra di dimostrare che va tutto bene. Non chiediamo alla sinistra di dimostrare che va tutto male. Chiediamo ad entrambe una cosa molto più concreta: quando pensate di finire di bonificare la Valle del Sacco?