CIOCIARIA - UN TERRITORIO DA RICONVERTIRE
- Tommaso Villa
La Ciociaria non ha soltanto un problema industriale. Ha un problema più profondo: continua a discutere delle crisi come se fossero episodi isolati, quando invece sono i segnali di un cambio d’epoca. Si parla di Stellantis quando si ferma Cassino, di commercio quando chiude un negozio, di turismo quando arriva l’estate, di ambiente quando il fiume si sporca, di giovani quando partono. Ma raramente si mette tutto insieme. Eppure è proprio lì il punto: la Ciociaria non ha bisogno di una toppa, ha bisogno di una riconversione.
La parola fa paura perché sembra annunciare una resa. Non è così. Riconversione non significa dire che ciò che c’era prima è finito e va buttato. Significa prendere atto che il mondo produttivo è cambiato e che un territorio, se non vuole subire il cambiamento, deve governarlo. È quello che hanno fatto altri territori europei quando hanno capito che il vecchio modello non bastava più.
La Ruhr tedesca, per esempio, era il cuore del carbone e dell’acciaio. Per decenni ha vissuto sulla grande industria pesante, poi quel mondo è entrato in crisi. La risposta non fu immediata né indolore: prima si cercò di sostenere il vecchio sistema, poi progressivamente si puntò sulla diversificazione economica, sull’università, sulla cultura industriale, sulla tecnologia e sul recupero delle aree dismesse. Oggi la Ruhr non è più quella delle miniere, ma non è nemmeno un deserto. Ha cambiato pelle.
Torino è un altro esempio vicino a noi. Per anni è stata la città dell’auto. Oggi sa che l’auto da sola non basta più e prova a spostare competenze, filiere e ricerca verso aerospazio, mobilità sostenibile, digitale e trasferimento tecnologico. Non è una passeggiata, ma almeno il tema è sul tavolo: non difendere solo il passato, ma costruire un nuovo perimetro industriale.
Poi c’è Prato, che non ha rinnegato il tessile, ma lo ha reinterpretato. La tradizione del recupero degli stracci è diventata un elemento moderno di economia circolare, sostenibilità, tracciabilità e innovazione. Anche lì la lezione è chiara: il futuro non nasce cancellando l’identità, ma trasformandola in valore competitivo.
E la Ciociaria? La Ciociaria ha tutto per aprire una discussione seria: posizione geografica tra Roma e Napoli, aree industriali, tradizione manifatturiera, agricoltura, borghi, abbazie, cammini religiosi, fiumi, cascate, montagna, università, logistica, agroalimentare e una qualità della vita che potrebbe diventare attrattiva. Ma tutto questo resta spesso frammentato. Tante potenzialità, poca cabina di regia.
I dati dicono che il problema non è una sensazione. Secondo Unindustria, tra il 2013 e il 2022 gli addetti industriali in provincia di Frosinone sono diminuiti del 7,8%, mentre nella vicina Latina sono cresciuti del 3,6%. Questo significa che il Basso Lazio non si muove tutto alla stessa velocità. Significa che Frosinone ha una questione specifica, territoriale, non soltanto nazionale.
La crisi dell’automotive pesa, certo. Ma sarebbe un errore fermarsi lì. La vera fragilità nasce dal fatto che per anni il territorio ha ragionato per compartimenti stagni. Industria da una parte, turismo dall’altra, commercio per conto suo, agricoltura quando serve, ambiente solo nelle emergenze. Così non si costruisce sviluppo. Si amministrano problemi.
Una riconversione ciociara dovrebbe partire da una domanda semplice: che cosa vogliamo essere nel 2040? Un territorio dormitorio tra Roma e Napoli? Una provincia che aspetta il prossimo tavolo ministeriale? Una somma di capannoni vuoti, sagre generose e giovani in partenza? Oppure una piattaforma produttiva nuova, capace di unire manifattura evoluta, logistica intelligente, agroalimentare identitario, turismo culturale, economia verde e servizi alla persona?
La risposta non può arrivare da un solo Comune, da una sola associazione o da un solo imprenditore. Serve un patto territoriale vero. Non l’ennesimo convegno con foto finale e applauso incorporato, ma una strategia misurabile: quali filiere vogliamo attrarre, quali competenze servono, quali aree industriali recuperare, quali infrastrutture completare, quali giovani formare, quali imprese accompagnare, quali borghi collegare, quali prodotti trasformare in marchi.
La Ciociaria non deve copiare la Ruhr, Torino o Prato. Deve imparare il metodo. La Ruhr ha riconvertito il suo passato industriale. Torino prova a spostare competenze dall’auto verso settori più avanzati. Prato ha trasformato una tradizione in economia circolare. La Ciociaria dovrebbe fare la stessa cosa con la propria identità: industria, terra, acqua, storia, posizione geografica e comunità.
Il rischio, altrimenti, è continuare a chiamare “crisi” ciò che ormai è trasformazione strutturale. E quando un territorio confonde una trasformazione con un’emergenza, finisce sempre per arrivare tardi. Come si dice dalle nostre parti, si chiude la stalla quando i buoi sono già scappati. Solo che stavolta i buoi hanno il volto dei giovani che se ne vanno, delle imprese che non investono, dei capannoni che si svuotano e delle occasioni che passano altrove.
La riconversione non è una parola da tecnici. È una parola politica, economica e morale. Significa dire a un territorio che non è condannato al declino, ma deve smettere di raccontarsi favole. La Ciociaria ha ancora carte importanti da giocare. Ma deve decidere se vuole giocarle o continuare a guardare la partita dagli spalti, lamentandosi del risultato.