ISOLA LIRI - GIGANTI, TEMPLARI E MURA CICLOPICHE
- Tommaso Villa
Giganti, Templari e mura ciclopiche: il romanzo che accende i riflettori sulla Ciociaria. Ci sono territori che costruiscono la propria fortuna raccontando una leggenda.
E poi c'è la Ciociaria, che possiede una delle più straordinarie concentrazioni di storia, archeologia e mistero d'Italia e troppo spesso fatica perfino a rendersene conto.
È questo il pensiero che accompagna la lettura di Nella terra dei giganti, il romanzo firmato da Giancarlo Pavat e Massimo Ruspandini. Un'opera che intreccia Templari, papi medievali, antiche civiltà, leggende e misteri, ma che soprattutto riporta al centro della scena un patrimonio culturale che appartiene a tutti noi.
Le mura poligonali di Alatri, Arpino, Ferentino, Veroli e di molte altre città del territorio non sono soltanto pietre sovrapposte. Sono una delle più grandi eredità lasciate dalle civiltà che hanno abitato queste terre prima di Roma. Opere che ancora oggi impressionano studiosi e visitatori per precisione costruttiva, imponenza e fascino.
Attorno a queste mura sono nate leggende che parlano di giganti e di costruttori dotati di forza sovrumana. La storia segue il proprio percorso, la ricerca archeologica continua il suo lavoro, ma il mito conserva una funzione altrettanto importante: quella di alimentare l'immaginazione e mantenere viva la memoria collettiva.
Ed è qui che il romanzo colpisce nel segno.
Perché al di là della trama, il vero protagonista del libro è il territorio stesso.
Pagina dopo pagina emerge una Ciociaria che raramente trova spazio nelle grandi narrazioni nazionali. Una terra che non ha bisogno di inventarsi un'identità perché la possiede già. Una terra fatta di città millenarie, abbazie, castelli, mura monumentali e storie che attraversano i secoli.
E proprio qui nasce una riflessione inevitabile.
Se il progetto Ernica Saxa avesse conquistato il titolo di Capitale Italiana della Cultura, probabilmente questo romanzo sarebbe stato la sua colonna sonora perfetta.
Perché dentro queste pagine c'è esattamente ciò che quella candidatura cercava di raccontare: la civiltà ernica, le città di pietra, le mura poligonali, il dialogo continuo tra storia e leggenda, il senso di appartenenza a un territorio unico.
Paradossalmente, mentre per anni abbiamo affidato la valorizzazione della nostra identità a dossier, progetti, convegni e candidature, è arrivato un romanzo a ricordarci la forza narrativa che possediamo.
E forse questa è la vera lezione che dovremmo imparare.
La promozione di un territorio non nasce soltanto dagli uffici, dai bandi o dalle strategie istituzionali. Nasce soprattutto dalla capacità di raccontare una storia che faccia sognare.
Pensiamo alla Scozia con i suoi castelli, all'Irlanda con le sue leggende celtiche, alla Bretagna con i suoi misteri. Nessuno confonde il mito con la storia, ma tutti comprendono il valore culturale ed economico che quelle narrazioni generano.
Noi, invece, spesso sembriamo quasi imbarazzati dalle nostre stesse ricchezze.
Eppure possediamo mura che sfidano il tempo da oltre duemila anni. Possediamo città che sembrano uscite da un romanzo fantasy. Possediamo un patrimonio che molti territori europei ci invidierebbero.
Forse il problema non è la mancanza di bellezza.
Forse il problema è che non abbiamo ancora imparato a raccontarla.
Per questo il valore più importante di Nella terra dei giganti non risiede tanto nelle risposte che offre, quanto nelle domande che pone.
Perché i giganti, probabilmente, non sono mai esistiti.
Ma l'incapacità della Ciociaria di credere fino in fondo alla grandezza della propria storia, quella sì, continua a essere una realtà con cui dobbiamo fare i conti ogni giorno.