TURISMO - C'E' UNA CIOCIARIA CHE NON SI VEDE
- Tommaso Villa
C’è una Ciociaria che non si vede attraversandola dai finestrini della superstrada Ferentino-Sora o della A1. È quella delle abbazie nascoste tra i boschi, delle mura megalitiche che sfidano ancora il tempo, delle cartiere abbandonate lungo il Liri, dei piccoli musei che spesso restano chiusi più di quanto restino aperti, dei vicoli dove l’odore del pane si mescola ancora alla pietra antica, di una rocca che domina una vallata ....
È una terra che per anni ha avuto tutto: storia, paesaggio, spiritualità, cucina, autenticità. Tranne forse una cosa: la piena consapevolezza della propria identità. Per decenni la Ciociaria è stata attraversata più che vissuta. Terra di passaggio, di ritorni, di collegamenti tra Roma e Napoli, tra il Tirreno e l’Adriatico. Eppure dentro questa provincia esiste un patrimonio che oggi il turismo europeo cerca quasi disperatamente: silenzio, esperienze autentiche, piccoli borghi, memoria, spiritualità, paesaggi ancora umani.
In altre parole, ciò che oggi viene definito turismo lento. Un modello che non rappresenta più una nicchia per pochi appassionati, ma una delle nuove frontiere del turismo contemporaneo. Mentre le grandi città continuano a fare i conti con il caos e file interminabili per visitare, ad esempio, un museo, cresce il bisogno di territori capaci di offrire esperienze vere.
Ed è forse qui che nasce il grande "paradosso" della provincia di Frosinone: possedere gran parte di ciò che il mondo moderno cerca… senza essere ancora riuscita completamente a trasformarlo in una destinazione territoriale forte, riconoscibile e contemporanea. Per anni la Ciociaria è stata raccontata soprattutto come una somma di campanili.
- Borghi bellissimi ma isolati.
- Eventi scollegati.
- Patrimoni culturali frammentati.
- Ogni Comune intento a promuovere sé stesso più che un territorio unitario.
Eppure il seme di una visione diversa era stato piantato già molti anni fa. Esperienze come Ciociaria Turismo avevano intuito prima di altri la necessità di raccontare la provincia come un’unica destinazione fatta di abbazie, paesaggi, prodotti tipici, eventi e accoglienza diffusa.
Oggi però sembra emergere qualcosa di ulteriore: non più soltanto promozione turistica, ma costruzione di identità territoriale contemporanea. Lo dimostrano progetti come la DMO Stay Ciociaria, la nuova Destinazione Ciociaria oppure Hernica Saxa 2028, il progetto culturale che prova a trasformare la memoria ernica in identità territoriale contemporanea. In modi diversi stanno tentando forse la più difficile delle operazioni: trasformare la Ciociaria da insieme di luoghi… a racconto territoriale condiviso.
Ed è qui il punto vero. Perché il tema non è soltanto il turismo lento. Il tema è che la Ciociaria sta finalmente provando a capire chi vuole essere nel XXI secolo. La forza di questi progetti non sta semplicemente nella promozione. Sta nella narrazione.
Hernica Saxa prova a unire città storicamente separate attraverso la pietra, le mura megalitiche, i cammini, la memoria e la cultura ernica.
Stay Ciociaria lavora invece sulla costruzione di esperienze territoriali legate a outdoor, spiritualità, cultura ed enogastronomia.
E Destinazione Ciociaria compie forse il passaggio più importante: non vende semplicemente luoghi da visitare. Vende esperienze da vivere.
Perché anche le DMO hanno compreso una cosa semplice: oggi nessun territorio cresce da solo e cresce se si fa rete. Nel catalogo non trovi il turista “mordi e fuggi”. Trovi il forno a legna acceso. Le mani che impastano. Le pedalate tra monasteri e vigneti. Le antiche cartiere di Isola del Liri. I vicoli di Veroli al tramonto. La spiritualità dell’Abbazia di Montecassino. I boschi della Certosa di Trisulti. Le storie della Linea Gustav. La transumanza.
C’è più futuro turistico in una cena rurale tra i vicoli della Valle di Comino che in molte campagne pubblicitarie costruite a tavolino. Perché il turismo moderno non cerca soltanto posti belli. Cerca luoghi che abbiano ancora un’anima riconoscibile. Ed è qui che emerge anche un altro tema enorme: la cultura del territorio.
Perché una destinazione non nasce soltanto restaurando un museo o organizzando una manifestazione. Nasce quando un territorio impara a raccontarsi. E questa cultura non si costruisce con gli slogan. Si costruisce nelle scuole. Negli alberghieri. Negli operatori dell’accoglienza, nei ristoranti, nei bar. Nelle manifestazioni.
Nella formazione dei ragazzi e delle guide turistiche. Perché un giovane che studia cucina in Ciociaria dovrebbe conoscere i prodotti PAT quasi quanto la cucina internazionale. Dovrebbe sapere raccontare: i fini fini, la rattafia, i dolci delle feste, i formaggi locali, la cucina pastorale, la memoria contadina.
Perché il turismo moderno non cerca imitazioni. Cerca identità. E forse qui la Ciociaria ha commesso per anni il suo errore più grande: ha avuto paura di sembrare provinciale e così troppo spesso ha finito per assomigliare a luoghi che non era. Abbiamo inseguito aperitivi identici a quelli delle grandi città dimenticandoci che il mondo oggi cerca proprio ciò che noi stavamo nascondendo. Non si viene in Ciociaria per bere l’ennesimo spritz standardizzato accompagnato da prodotti anonimi.
Si potrebbe invece sorseggiare un “Ratafia Royale”, costruito sulla rattafia ciociara e sui profumi delle visciole, accompagnato magari dalla Ciambella Sorana o Verolana, che sembrano uguali ma sono diverse come le cinture del film Il diavolo veste Prada, trasformando un semplice aperitivo in un racconto territoriale contemporaneo. Non folklore. Identità.
Non si viene qui per mangiare piatti che potrebbero trovarsi ovunque. Si viene per i sapori che parlano di campagne, famiglie, feste popolari e memoria. Per una cucina che non dovrebbe vergognarsi della propria semplicità, ma trasformarla finalmente in valore contemporaneo. E forse dovremmo smettere di vergognarci anche di certe parole che per anni sono state usate quasi in senso dispregiativo contro questo territorio.
"Ciociaro, Pecoraro”. Perché dentro quelle parole esiste la storia pastorale della Ciociaria, la transumanza, il lavoro duro, i tratturi, i formaggi, le montagne, la civiltà contadina che ha modellato il nostro paesaggio e persino la nostra cucina. Quello che ha dato i natali a molti nostri illustri padri che hanno fatto la storia della nostra Italia.
Forse la vera modernità oggi non è cancellare quella cultura. È comprenderne finalmente il valore. Perché ciò che per anni qualcuno ha considerato arretratezza, oggi il turismo internazionale lo chiama autenticità. Ed anche noi dovremmo imparare a chiamarlo così, per noi stessi e per il nostro orgoglio.
Ed è qui che il turismo lento smette di essere teoria e diventa economia reale. Perché coinvolge agriturismi, trattorie, b&b, produttori locali, aziende agricole, botteghe, piccoli borghi e aree interne. Distribuisce ricchezza senza distruggere l’identità dei luoghi. Ma per riuscirci serve una visione comune.
Perché forse il rischio più grande della Ciociaria non è non avere un’identità. La Ciociaria forse non deve inventarsi nulla. Deve soltanto smettere di nascondere ciò che è sempre stata.