DISCARICA DI ROCCASECCA - RIGHINI SOMMERSO DAI RIFIUTI ROMANI
- Tommaso Villa
Sul caso della discarica di Roccasecca il territorio sommerge Righini nei rifiuti romani con oltre 500 firme raccolte a Pontecorvo contro la riapertura del mega impianto.
Resta sempre da capire che c'azzecca Righini con i rifiuti mentre dovrebbe occuparsi della tutela e della valorizzaziione del peperone dop di Pontecorvo. Invece vuole far riaprire la discarica e la vuole riempire con la monnezza di Velletri e di Roma.
Il fatto. Un messaggio chiaro, scandito dalle centinaia di cittadini in fila al parco La Villetta di Pontecorvo e sottoscritto senza distinzioni di colore politico: il territorio non si vende, la discarica di Roccasecca non deve riaprire. La raccolta firme per la petizione indirizzata al Parlamento europeo è stata un successo rivendicato con forza dal promotore dell'iniziativa, il sindaco di San Giovanni Incarico Paolo Fallone, e dalla vicesindaca di Pontecorvo Annagrazia Longo, a testimonianza di una comunità compatta e determinata a difendere la propria salute.
La mobilitazione sta contagiando tutta la Ciociaria: Roccasecca raccoglie le adesioni direttamente in Comune, mentre gli altri centri della zona stanno già allestendo banchetti analoghi. Al fianco dei cittadini ci sono amministratori di ogni schieramento — tra cui Anselmo Rotondo, Paolo Renzi e Nadia Belli —, a dimostrazione che quando si tratta di tutelare l'ambiente le spaccature partitiche lasciano il posto alla responsabilità civile.
L'ombra di Righini e l'assenza che pesa A stonare, in questo quadro di unione e dignità territoriale, è stata l'imbarazzante e assordante assenza di tutti gli amministratori vicini all'assessore regionale Giancarlo Righini. Un forfait che non sorprende, e che rende ancora più evidente quale sia la linea che si sta cercando di far passare.
Da mesi Righini conduce incontri con i sindaci del Cassinate e della Valle del Liri per ragionare del piano rifiuti. Lo fa da assessore al Bilancio: cioè dalla poltrona da cui passano i finanziamenti regionali che ogni amministrazione comunale, specie quelle piccole e in affanno, attende. Non serve alcuna pressione esplicita: quando il confronto arriva da chi tiene i cordoni della borsa regionale, il peso del ruolo si fa sentire da solo. È una situazione che, per come è costruita, rende oggettivamente più difficile a un sindaco esprimere un giudizio libero.
Ed è qui che la vicenda smette di essere una semplice divergenza sul piano rifiuti. La delega alla materia non è di Righini ma dell'assessore Ghera. La discarica di Cerreto non è un impianto pubblico: appartiene a una società privata, che dalla riapertura del V Bacino trarrebbe un beneficio economico diretto e rilevante. Si pone un evidente problema di opportunità istituzionale. È legittimo, ed è doveroso, chiedergli di chiarire pubblicamente a che titolo interviene e quale interesse regionale — non romano, non privato — giustifichi il suo impegno su questa partita.
C'è poi un elemento che rende tutto ancora più delicato. La discarica di Cerreto è oggi al centro di un'operazione di acquisizione da parte del gruppo Acea. È del tutto evidente — e del tutto legittimo — che chi possiede o si appresta ad acquisire l'impianto abbia interesse a che il V Bacino riapra: un sito autorizzato e operativo vale molto di più di un sito chiuso.
Sul piano politico il giudizio è già scritto, e lo hanno scritto i cittadini in fila alla Villetta: le manovre di palazzo si infrangono contro la dignità dei territori. Gli amministratori locali e i cittadini non sono disponibili a barattare la salute del territorio con nessuna promessa, e chi ha pensato che la Ciociaria potesse accettare in silenzio ha sbagliato terra. Chi pensa di continuare a muoversi come un elefante in una cristalleria distribuendo bruscolini sta finendo contro il muro alzato dalla grande dignità della gente ciociara.
Le macerie normative del progetto: i punti della petizione europea La petizione diretta a Bruxelles smonta pezzo per pezzo la folle idea di far ripartire l'impianto, evidenziando una serie di violazioni normative ed emergenze ambientali che la Regione non può continuare a ignorare:
- Nessun fabbisogno e violazione della direttiva europea. Il territorio non necessita di questo sito**. Riaprire la discarica significa calpestare apertamente la gerarchia europea dei rifiuti (Direttiva 2008/98/CE), che impone di privilegiare il riciclo e il recupero rispetto al conferimento in discarica.
- Pericolo idrogeologico e disastro ambientale**. L'area sorge a ridosso di corsi d'acqua di primaria importanza come il Liri e le Gole del Melfa. Un equilibrio fragile già compromesso, come attestano i superamenti dei limiti nelle acque sotterranee rilevati dagli organi di controllo e la moria di pesci del 2023, sulla cui origine sono in corso accertamenti (Direttiva 2000/60/CE).
- Principio di precauzione e tutela della salute**. In virtù dell'art. 191 del TFUE, la petizione chiede uno stop immediato a qualsiasi autorizzazione prima che venga condotta un'approfondita indagine epidemiologica sul modello INDACO, per valutare l'impatto reale che l'esercizio pluriennale dell'impianto può aver avuto sulla popolazione.
Il messaggio inviato a Roma e alla Pisana è inequivocabile: la Ciociaria non intende più fare da pattumiera per gli equilibri politici regionali.
(Nella foto la gente in fila al banchetto di Pontecorvo a firmare contro la discarica e Righini)